Cina, non è tutto oro quel che luccica

Ossimoro, «due parole usate insieme che hanno, o sembrano avere, significati opposti»; questa la definizione data dal Cambridge Dictionary. Perché ho scelto questa parola per definire la mia relazione con la Cina? Be’, perché quella che ho con la Cina è una relazione di odio-amore. Torniamo indietro a quando tutto è iniziato…

Avevo 18 anni ed era il momento di prendere una decisione sul mio futuro, o almeno sui miei studi universitari (che poi sono il primo passo verso il futuro, no?!): ho studiato lingue a scuola e volevo lavorare nel turismo per aprire il mio proprio hotel in futuro – ero appassionata di Una mamma per amica e volevo essere una professionista come Lorelai, che ha aperto il suo Dragonfly Inn con Sookie – ma non volevo studiare solo Management delle Imprese Turistiche perché avrei potuto “perdere” le mie lingue quindi ho scelto di salvarle e di aggiungerne un’altra che non fosse troppo comune: Spagnolo e Cinese – lingua e letteratura – con Inglese come terza lingua (ecco perché il mio Francese non è buono tanto quanto le altre 3 lingue).

Durante il terzo anno di università ho studiato in Cina per tre mesi, tempo che è assolutamente insufficiente per diventare fluente nella lingua, quindi mi dissi che dopo la laurea sarei andata in Cina per qualche mese per fare un po’ di pratica. Quei “qualche mese” erano all’inizio 6 mesi: nel 2014 mi sono candidata per un lavoro nel turismo in Cina a tempo determinato attraverso un’agenzia inglese; fu il mio primo vero contatto con la Cina – non che “Pechino 2011” non fosse stato reale ma sai, prima esperienza all’estero, ambiente multiculturale… non mi sono sforzata troppo per conoscere i cinesi e la loro cultura, invece la mia seconda esperienza nel “Mondo di Mezzo” è stata completamente diversa.

1° Marzo 2014: prendo il volo per Putian, nella regione del Fujian.

emanuela cammardella

Non sapevo nulla di questa città, niente della regione (ora so che nel Fujian puoi mangiare buonissimi frutti di mare e che Xiamen vale davvero la pena per godersi un po’ di spiaggia); quello che sapevo era soltanto che avrei lavorato come Guest Relation Officer in un hotel con tutti cinesi ma… surprise! Una volta atterrata ho scoperto non solo che la mia valigia era stata persa, ma anche che avrei lavorato con altre due straniere: Federica dall’Italia e Sara dalla Spagna. Ero così felice che per un momento avevo dimenticato di aver perso il bagaglio perché quando ti trasferisci in un paese dalle lingua e cultura così diverse, a volte è importante avere qualcuno “come te” intorno. 

Il primo impatto con Putian fu meraviglioso! Federica e Sara mi portarono in una discoteca la prima sera sebbene avessi solo i vestiti che indossavo e che avevo indossato per tutto il volo… Il secondo giorno la mia valigia fu consegnata in hotel e il terzo iniziai a lavorare.

Hotel in cina emanuela cammardella

Non voglio mentire, non è tutto oro quel che luccica; ad esempio il lavoro non era nulla di eccezionale: all’inizio consisteva solo nello stare in piedi nella hall dando il benvenuto ai clienti, perché dovete sapere che nella mentalità cinese essere serviti dagli stranieri fa figo (soprattutto se vivi in un piccolo centro), quindi qualsiasi cosa questo straniero faccia è interessante per loro ma a volte anche divertente e tu ti ci dovrai abituare: rideranno di te quando proverai ad utilizzare il giusto tono della parola che vuoi dire (nota: il cinese mandarino ha quattro toni che possono letteralmente cambiare il significato delle parole); rideranno di te quando stai facendo il tuo lavoro; ti fisseranno per strada, nella metro, sugli autobus, al ristorante; ti scatteranno fotografie e se sarai fortunato ti chiederanno il permesso prima di farlo…

Va tutto bene finché sei di buonumore ma se hai avuto una brutta giornata perché magari ti sei svegliato con la luna storta, allora non va più bene e inizierai a non amare più così tanto quegli occhi addosso, quegli “hello” da gente che non hai mai visto prima, quei “外国人!” mentre stanno lì a puntarti il dito contro… ah già 外国人(wàiguorén) significa “straniero”. In pratica l’amore che provi per quella popolazione e la sua cultura si trasforma in una sorta di odio per quelle usanze che hanno e a cui tu non sei ancora riuscito ad abituarti. 

Ecco la mia relazione odio-amore, ecco il mio ossimoro. 

Devo ammettere che molte usanze di questa cultura risultano insolite a noi occidentali, per esempio gli sputi rumorosi e i rutti in pubblico, gli uomini che iniziano a mostrare la pancia quando fa troppo caldo e la maglietta diventa un’ulteriore fonte di calore, il fatto che i bambini indossino pantaloni aperti  (sì… proprio ) per urinare o defecare facilmente in strada o nei cestini…

Sebbene non tutti i cinesi si comportino così, potremmo comunque dire che tutto ciò è parte del “folclore” e noi dobbiamo accettarlo perché fa parte di loro e perché, essendo noi ospiti nel loro paese, dobbiamo rispettare ogni aspetto della loro cultura – però eviterei di consigliare “quando a Roma, fai come i Romani”.

La mia esperienza a Putian è stata molto importante per vari motivi: innanzitutto è stato lì che “ho studiato cinese” è diventato “parlo cinese”; in secondo luogo, vivevo in una piccola città (viste e considerate le dimensioni della Cina e delle sue città) e lavoravo in un ambiente completamente cinese quindi ho imparato tanto della gente, della loro incredibile cultura, del loro cibo… è stata un’esperienza talmente soddisfacente che chiesi alla stessa agenzia inglese di trovarmi un secondo impiego così dopo sei mesi mi sono trasferita a Xiqiao, nella regione del Guangdong.

Mamma mia… Sono scappata dopo due settimane! Quell’hotel era in mezzo al nulla, in fase di pre-opening (ovvero senza clienti) e tutti parlavano cantonese a lavoro (che per me è come il giapponese: non ci capisco na mazza) pur sapendo che io non lo parlassi.

I miei genitori ricordano ancora il video che mandai loro della strada che percorrevo la sera per tornare dall’hotel al dormitorio: un paio di km camminando in una strada di campagna priva di illuminazione, mentre affianco c’erano macchine che sfrecciavano su strada… Non era proprio l’ideale.

Sono tornata a trasferirmi nel Fujian ma questa volta a Shishi, ancora più piccola di Putian – neanche la stazione dei treni c’era. Ci sono rimasta per un anno, ero l’unica straniera dello staff dell’albergo e in tutta la città forse ce n’erano 5 (me inclusa). Uscivo con i cinesi quindi discoteche, ristoranti e, soprattutto, KTV!

emmanuela  cina cantante

Per quelli che non lo sanno, il KTV è un karaoke dove tu e i tuoi amici avete una stanza privata con microfoni e schermi per i testi: puoi cantare a squarciagola senza timidezza; in questo tipo di KTV puoi perfino comprare snack e bibite nel minimarket che generalmente trovi affianco alla reception. AMO IL KTV! Se sei un cantante amatoriale (o anche un professionista) questo karaoke è davvero un’esperienza da provare; io amo cantare e il KTV cinese mi ha aiutato a vincere la timidezza perché i cinesi quando cantano non stanno lì a pensare se sanno cantare o meno… loro cantano (non è questa un qualche tipo di libertà?!).

A Shishi non sono stata solo una GRO ma anche un’insegnante di inglese per gli impiegati (nota: il più delle volte i cinesi credono che siccome sei straniero, sai automaticamente parlare bene l’inglese), ad esempio ho dovuto correggere i loro esami di inglese; ho insegnato loro canzoni di Natale e inventato coreografie per il “Christmas Lighting Show”, evento durante il quale ho dovuto fare anche da interprete per il discorso del General Manager. Questa è la magia della Cina: questo paese non smette mai di sorprenderti e di metterti alla prova; credo che la mia personalità sia cambiata tanto grazie alle esperienze vissute in Cina: sono diventata di mente più aperta, ho imparato ad adattarmi ad usanze differenti e ad accettare ciò che è diverso; ho messo piede in posti in cui non avrei mai immaginato di poter entrare e ho imparato che la mia vita non può essere in un unico posto.

Dopo aver vissuto in Cina per un anno e mezzo, decisi di cercare un lavoro in Europa considerando anche che il mio cinese era già abbastanza buono; non ho trovato il lavoro della mia vita (neanche nel momento in cui sto scrivendo questo articolo) e dopo due anni il mio amore per la Cina mi ha riportato lì, ma sta volta in una città più grande: Nanchino, nella regione dello Jiangsu. Esperienza totalmente diversa!

neve cina

Ho trovato un lavoro quando ero ancora in Italia e il 29 Settembre del 2017 sono partita di nuovo per la Cina. Non esistono parole sufficienti a spiegare le emozioni e le esperienze che ho vissuto a Nanchino! Ho incontrato persone da tutto il mondo – letteralmente; il mio sogno di organizzare eventi è diventato realtà; ho visto la mia prima neve! 
Ancora non contenta della mia carriera lavorativa, mi sono iscritta ad un master online per studiare marketing e migliorare il mio profilo personale; ho potuto depennare un paio di posti dalla mia lista dei desideri e stavo pianificando di viaggiare ancora di più quando… il corona virus si è diffuso. 
Febbraio 2020: sono tornata temporaneamente a casa per evitare il virus e a Marzo l’Italia annunciava il lockdown per lo stesso virus.
Cosa ho fatto durante il lockdown mentre aspettavo che la Cina riaprisse i confini? Se sei curioso, leggiti Forced Holidays.

Autori

  • In giro per il mondo si fa chiamare Ema. Parla molto, domanda molto e sogna molto (soprattutto su viaggi e cibo). E' curiosa e la sua curiosità la rende impaziente di conoscere nuovi luoghi, culture, persone e piatti tipici.

Emanuela Cammardella

In giro per il mondo si fa chiamare Ema. Parla molto, domanda molto e sogna molto (soprattutto su viaggi e cibo). E' curiosa e la sua curiosità la rende impaziente di conoscere nuovi luoghi, culture, persone e piatti tipici.

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